L’aborto a 30 anni dalla 194 e l’assenza di amore nella nostra società

Aborto legge 194 e assenza di amore

Andrea Di Gangi

Scrivere di aborto a trent’anni dalla legge 194/78 sembrerebbe anacronistico. E’ retrogrado parlare di aborto quando l’Italia ha chiuso questo capitolo con la storia: l’hanno avuta vinta coloro che lo volevano, hanno avuto il ‘contentino’ gli obiettori di coscienza e oggi pensiamo di vivere in una società libera e civile. Definizione di civiltà: nell’uso comune, e più tradizionale, è spesso sinonimo di progresso, in opposizione a barbarie, per indicare da un lato l’insieme delle conquiste dell’uomo sulla natura, dall’altro un certo grado di perfezione nell’ordinamento sociale, nelle istituzioni, in tutto ciò che, nella vita di un popolo o di una società è suscettibile di miglioramento (Treccani).

Quale “progresso” nell’assenza di vita? Quale “opposizione a barbarie” nella cultura di morte?

Molti credono che una società libera sia civile: vero, sacrosanto. Ma alcuni, tra questi molti, credono che sia civile una società libertina. Punti di vista. Ecco, però, perché parlare di aborto a trent’anni di distanza dalla sua normazione è importante: perché l’aborto deve essere dettato dalla libertà e, quindi, dalle responsabilità morali e materiali che ne conseguono e non dal libertinaggio.

Un gesto ‘libero’ è un gesto meditato, un gesto senza il quale la persona non è completa.

Molte ragazze, quindi, ricorrono all’interruzione volontaria (e quindi, si presume, libera) della gravidanza. Ciascuna di loro ha il suo motivo e nessuno, né in questa o in altra sede, sarà mai in grado di sindacarlo. Una riflessione, forse controcorrente, va tuttavia fatta: tra il 2010 e il 2016 i bambini abortiti sono stati quasi 700.000. Una guerra silenziosa, legale, che nemmeno conta le sue vittime inermi o, se lo fa, lo fa l’Istat non a fine pedagogico ma a fine meramente comunicativo. Tutti pronti e sgomenti nel guardare scene di guerre che mietono vittime, quando nell’ospedale dietro casa falangi di medici ne combattono una altrettanto sanguinosa. Con la differenza che le vittime non sono difendibili, perché la legge, questo, non lo consente. Tanti sono i motivi che portano a questa scelta, uno, tuttavia, secondo la mia personale opinione dettata da esperienze esterne, convinzioni e profonde riflessioni è causa di ciò. E ne siamo tutti responsabili.

Fabrizio De Andrè ne “Il testamento di Tito”, cantava, “Non commettere atti che non siano puri/ cioè non disperdere il seme / Feconda una donna ogni volta che l’ami/ così sarai uomo di fede / Poi la voglia svanisce e il figlio rimane / e tanti ne uccide la fame” criticando chiaramente chi, a sua volta, criticava l’uso di contraccettivi e dando un motivo “valido” per non mettere figli al mondo: la fame. Tante giovani, oggi, credono che sia meglio interrompere la gravidanza per povertà, per l’incertezza del futuro o perché, magari, se lo stanno costruendo. Ma io credo, che l’unica povertà di cui possiamo parlare è la povertà di affetto, e lo credo perché ho visto per la prima volta la felicita dettata dall’amore ardente, a 17 anni, negli occhi di una mia coetanea che guardava il suo bel pancione.

Tutti siamo responsabili di questa povertà di affetto, di questa deficienza di amore nella società che già Pierangelo Bertoli in “Certi momenti” cantava, muovendo una critica aspra al luogo comune delle ragazze madri accennando anche al Santo Papa Giovanni Paolo II dicendo: “Adesso quando i medici di turno rifiuteranno di esserti d’aiuto / perchè venne un polacco ad insegnargli / che è più cristiano imporsi col rifiuto/ pretenderanno che tu torni indietro / e ti costringeranno a partorire/ per poi chiamarlo figlio della colpa / e tu una Maddalena da pentire”

E anche il Maestro Francesco Guccini, in ‘Piccola storia ignobile’, racconta una storia “solita e banale come tante” che “non merita due colonne su un giornale”: questa storia ha come protagonista una ragazza “colpevole” di essere rimasta incinta; colpa a causa della quale non riuscirebbe ad avere né l’appoggio del padre che, addirittura, sarebbe rimasto “sopraffatto dal dolore”, né della madre che non l’avrebbe mai capita perché troppo “onesta”. Dulcis in fundo, il fidanzato, la lascia però le trova l’indirizzo del medico che l’avrebbe fatta abortire e i soldi. La ragazza si trova “tra paure e tra rimorsi, davvero sola tra le mani altrui”. Sola. E conclude con una domanda “che pensavi nel sentire nella carne tua quei morsi di tuo padre, di tua madre e anche di lui?”.

Guccini ci fa riflettere sulla solitudine di questa ragazza protagonista di questa ignobile storia: il vero amore si prova per i figli. E ce lo insegnano le nostre mamme. Io credo che se tutti fossimo consapevoli della mancanza di amore della nostra società tutto sarebbe diverso e se tutti pensassimo che ogni vagito di un bimbo che nasce è la manifestazione del grande dono di Dio della vita che nasce dall’umanità e per l’umanità, abbracceremmo ogni giovane mamma che ha il coraggio di dare alla luce un figlio e di contribuire così alla grandezza dell’opera divina ma anche e soprattutto di quella umana!


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